Visualizzazione post con etichetta fish eye. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fish eye. Mostra tutti i post

sabato 18 aprile 2009

Everyday is a day of thanksgivin'


Quando succederà..... quando succederà che ci perderemo, come saranno le giornate? Come sarà il cielo, il vento, il sole?
Come sarà cantare, ascoltare, guardare? Come sarà aspettare?
Le cose che amiamo crescono nel tempo dell'attesa, e così ogni volta siamo un po' diversi, un po' più ricchi, e anche un po' più poveri.
Quando succederà sarò triste fino in fondo al cuore, e so che mi faranno male le ossa, e i colori andranno dall'azzurro all'indaco, al violetto, al bruno, e i suoni mi feriranno, e mi mancherà la tua voce, e non saprò cantare.
Quando succederà che ci perderemo, non per colpa mia, non per colpa tua, quando succederà che ci perderemo, per colpa della vita, quando succederà, scaccerò la nostalgia, ricorderò la tua voce, e i tuoi abbracci, e le cose che mi raccontavi, e quelle che ti raccontavo io. E, dentro di me, ritornerò a cantare.


venerdì 8 agosto 2008

Back to home


Non mi ricordo se l'ho detto, da qualche parte in questo blog. Sono originario dell'alta Garfagnana (chi volesse sapere di più riguardo alle mie origini può guardare qui: http://it.geocities.com/fabiocorti/ ) ma le vicende della vita mi hanno portato presto lontano dai tetti natii. Ogni tanto, è vero sono tornato "a casa", ma da ragazzi le cose si percepiscono in maniera diversa, anche se i ricordi si ammassano, sedimentano, e prima o poi un alluvione, uno scavo o vattelappesca cosa, riportano a galla ciò che si pensava perduto. Oddio, non è il termine esatto. Cio' che non si pensava esistesse, forse è piu' giusto. E ripensi all'estate passata con la nonna e il nonno, nella vecchia casa di Sillicagnana, al buio della cucina, col fuoco nel camino sempre acceso, ripensi alla stanza al piano di sopra, quella che non usava nessuno, una specie di rimessa, dove pero' c'era un letto, chissa' per chi, e nei giorni di brutto tempo, dopo pranzo (ah, i temporali estivi!)stavo lì sul letto a riposare, o a guardare furi dalla finestra un panorama magnifico, e la pioggia, e le nuvole nere che si rincorrono, i lampi e i tuoni, ma anche nelle belle mattine di sole i campi di grano, di granturco, e la ferrovia lontana alcuni chilometri, dall'altra parte della valle, lontana, si, ma si sentiva sempre il rumore del treno, quando passava, a volte la "littorina" a volte il treno a vapore, che comunque ha continuato a far servizio fino al 1974. Si vedeva entrare e uscire dalle gallerie, passare sopra i ponti, uno di questi davvero molto alto, fermarsi alla stazione di Poggio, e poi Camporgiano, e via, fino a Piazza al Serchio.... Mi ricordo le strade - strade, chiamiamole così, solo un paio percorribili in macchina, e una di queste che portava fino all' "Aia dell' Aiutante", dove di solito si batteva il grano con una di quelle vecchie trebbiatrici mosse da una cinghia collegata ad un piccolo trattore. Festa. Polvere e festa. La chiesa, dal magnifico soffitto a cassettoni, e la luce filtrata dalle vetrate colorate, e attraverso i vetri s'indovinava il muoversi del ramo di un albero, e il suono dell'organo(allora lo suonava il Gino) allora ancora a mantici, mossi dalle mani pazienti del Rinaldo, calzolaio del paese, e i vespri cantati dagli uomini, nel coro, con quelle voci particolari, che sembrano parlare di tutti coloro che prima di questi hanno cantato in questa chiesa, e il profumo d'incenso, che non spariva mai del tutto, e il posto che occupava il mio nonno, nelle panche, e dove appoggiava il cappello quando si sedeva. E le strade tutte un saliscendi, e le ortiche che nessuno si da' la briga di togliere, e le corse pesanti dei ragazzi, e le voci delle mamme. Entri in una casa e guardi, nella penombra, la donna di casa che rammenda qualcosa, alla scarsa luce della finestra. Un vecchio, davanti al camino, attizza i ciocchi, e le faville si alzano veloci ed effimere, brillano e si spengono. La pipa in bocca occupa il tempo dell'attesa di niente. Poche parole, essenziali, danno il senso di essere vivi e presenti. Tanti anni dopo sono tornato alla fine di un bell'autunno. Il paese era ancora come lo ricordavo, un po' più in ordine, le strade sistemate, pulite, le case sempre le stesse, un po' meno movimento, sono rimaste poche persone, dalle 500 di quando son nato io. Ma qualcosa mi commuove, e non capisco cosa sia, e cammino e mi guardo in giro, c'e' qualcosa che non riesco a vedere, ma c'e'. Alla fine, ma solo alla fine, capisco. L'odore della legna bruciata nei camini riempie tutto il paese, e mi ricorda che sono tornato a casa.


giovedì 24 luglio 2008

Grigio, verde e rosso.


Ogni tanto – come molte persone, del resto – sento il bisogno di mettere…. Un punto? No, troppo, una virgola nello scorrere del tempo, una breve pausa, un’ora, mezza, basta poco, in effetti. Serve a togliere gli occhi dal tritacarne quotidiano, dalla fretta, dalle solite cose, dal rumore…. Prendo l’auto e vado a fare un giro. Breve, comunque.
Tra la città dove abito – Prato – e Pistoia ci sono circa 18 chilometri e tre percorsi possibili. Uno, quello che amo maggiormente, parte proprio da casa mia. E’ una strada che fiancheggia la collina, la corteggia da una parte, e dall’altra è praticamente pianura. A destra, partendo da casa mia, superato l’abitato di Montemurlo, si segue il fianco dei poggi accompagnati quasi sempre da un muro di pietre bianche che sale e scende continuamente, e mostra colture a ulivo, grandi case di campagna, ville e fattorie, scalette ripide che dalla strada salgono a giardini nascosti e leoni di terracotta con la pelliccia di muschio che fanno la guardia ai cancelli dall’alto dei portali più maestosi. Case abbandonate rimangono con gli occhi delle finestre aperte a fissare i passanti e mostrano scampoli d’interno, tra poster attaccati ai muri e pareti azzurre, e sembrano ricordare ai viandanti che un tempo son state tetto sicuro, rifugio, riparo, luogo di gioia e di pace. Che hanno visto giochi di ragazzi, e donne curare i fiori, aspettando la sera un ritorno. Spesso s’incontrano file di palme, di ulivi, di cipressini, e cespugli di bosso tagliati in fogge strane. Son i vivai di Pistoia che s’apron la strada verso Prato, e mostrano la pianura incombente, nell’ultima parte di quella che ormai si chiama “Chocolate valley” .
In questa strada mi piace ammirare il passare delle stagioni e il cambiare dei giorni, il crescere dell’erba a primavera e l’abbassarsi d’estate sotto il sole bruciante, il piegarsi dei rami contro il vento e la terra brulla e dura d’inverno.
Ma la meraviglia mi colpì un giorno, uno di questi giorni, era quasi al tramonto. Da sopra al muro che segue la strada un ciuffo d’erba si affaccia, si stacca. Proprio lì un bellissimo papavero solitario si mette in mostra, si sporge, chiama. La pietra del muro, appena grigia, sostiene tutto e fa da sfondo. Il grigio della pietra, il verde puro dell’erba, il rosso semplice e perfetto di un papavero, insieme come fosse una composizione still life. Sembrava mi aspettassero. Anzi, sono convinto, erano lì per me.
Li ho cercati ancora, ma non li ho ritrovati, meraviglia di un attimo, dono del tempo.