venerdì 22 agosto 2008

Delle lumache e dei segreti


Arriva un giorno - arriva, arriva - che ci accorgiamo che la nostra vita non è solo oggi, e poi domani. Prima o poi occorre rendersi conto che il futuro è afferrato a due mani nel presente, e il presente ha i piedi nel passato. E così la nostra vita non è uno scollegato scorrere di frazioni di tempo, di spicchi di presente che si rigenerano continuamente. La nostra vita è un fluire dinamico, un interagire, un dipendere da altro. Ma non siamo palline impazzite in un flipper fuori controllo.
Come le lumache, lasciamo dietro di noi una traccia, una memoria, un segno, una via.
Ma fortunatamente non siamo lumache, non del tutto, almeno. Possiamo guardare indietro, e vedere il nostro percorso, e capire che quella striscia di muco che abbiamo dietro non ci sta seguendo, ma l'abbiamo tracciata noi, siamo noi. Possiamo capire dove ci troviamo adesso, e perche', ripercorrendo quella traccia, ricordando, riportando alla luce il tempo e il modo del nostro camminare possiamo comprendere meglio il luogo dove ci troviamo e il senso del nostro viaggio.

Tempo addietro (non troppo tempo, eh, quattro o cinque anni orsono) iniziai ad interessarmi a Tolkien e al suo libro "Il signore degli anelli", e quindi anche a partecipare ad un newsgroup, e ad incontri di appassionati di tale scrittore sopratutto nella città dove abito, Prato, e a Firenze.
In tale ambito mi scelsi il nick "Brandivàno" (per coloro che conoscono Il signore degli anelli sarà facile risalire al Brandivino, fiume della Contea), e con questo si spiega anche perchè io mi presenti qui come "Brandy". Nulla a che vedere coi superalcolici.
Ma desideravo avere anche una famiglia, una virtuale, in più a quella vera, una casata dalla quale discendere.... e mi ricordai.....

....dal parco dell'Orecchiella, proprio sopra al mio paese natale, scende una sorgente. Si chiama "Lamarossa",

http://www2.corpoforestale.it/web/guest/ambientericerca/areeprotette/informazioni/lamarossa

una volta l'ho vista, tanti anni orsono, e ne capii male il nome, mi parve "Marossa".
La individuai dopo molti anni su una carta e lessi il nome giusto, Lamarossa. Mi incuriosì tantissimo, mi piacque.

35 anni dopo pensai che non potevo desiderare casata migliore di quella. Il nome di una sorgente così forte, Lamarossa, e così dolce, che disseta il paese, perchè per me, da allora, Lamarossa è diventato sinonimo di sorgente, e mi sento legato a lei.
Ecco allora l'indirizzo di questo blog, lamarossaspring, sorgente di Lamarossa, luogo del ricordo, delle origini, delle radici, come dice la nostra DieMme. Luogo di casa.

per voi oggi mi firmo
Brandivano di Lamarossa

mercoledì 20 agosto 2008

Tornerà






Beh, gli ho sempre voluto bene. Per il suo carattere, per la sua accoglienza. Non è come le sue altre tre amiche, così eccessive, così scostanti, a volte.
La prima, non riesci a starle dietro. Tutto uno spingere, tutto un fuggire avanti, cambiare, cambiare... vai a letto, e domani non è la stessa cosa, ed è così fino alla fine, e non riesci ad abituarti mai a lei.
La seconda... la seconda ti si appiccica addosso, e non te la schiodi più. Tranne poi fare l'offesa e dirtene di tutti i colori...ah, la seconda!
La quarta....non è così male, in fondo. E poi passa presto, quasi non te ne accorgi...
Ma la terza, la terza... è fantastica.



Comincia che nemmeno te ne accorgi, con qualche giorno di pioggia leggera leggera, l'aria un po' meno pesante, e ti mette la voglia di ricominciare, di cercare forze nuove, interessi, amici. Ti spiega che in tutto questo cambiare continuo c'e' una bellezza diversa, e non è necrofilia, eh! Il fatto è che la vita è così, e anche nella parte terminale di un ciclo, quando tutto ciò che è stato finisce, ecco, c'e' una bellezza che è dono.
Perche' di fronte all'autunno il mio cuore si commuove. Perchè non mi stanco mai di guardare i colori che cambiano, che dal verde passano al giallo, all'arancio, al rosso, all'ocra, e le foglie diventano pennellate in un quadro impressionista, segni forti e sfumati, dolci e aggressivi.


I rumori d'autunno sono il frusciare delle foglie sotto i piedi, il rapido correre sul selciato dei vialetti di onde di foglie secche multicolori, del cadere di foglie solitarie, e del lieve urto col terreno. I rumori d'autunno sono le sorgenti che riprendono a correre, e il vento dal suono sottile tra i rami ormai spogli. I rumori d'autunno è lo zampettare del merlo su un letto di foglie. D'autunno anche il colore delle cortecce degli alberi diventa essenziale, perche' diventa "il colore dell'albero" dall'argenteo faggio e del pioppo allo scuro tiglio, al castagno; autunno, il tempo delle cortecce. Le foglie, come figli in cerca di fortuna, sono partite, e non torneranno se non dopo lungo tempo.


Una festa per i sensi: siediti e ascolta. In autunno il mondo ti si spiega anche coi rumori

mercoledì 13 agosto 2008

Cantando

Tempo addietro (14 aprile 2008) avevo pubblicato altrove questo post. Mi permetto di riproporlo anche qui, dato che il luogo mi pare più adatto.... e mi scuso se qualcuno (ma non credo ) avesse già avuto modo di leggerlo.

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Se per caso qualcuno si trova a passare di qui, beh, voglio provare a raccontare cos'e' cantare, e anche come io lo vivo... ce la faro'?
Sinceramente mi prende il terrore. Come si spiega CANTARE! ?
Forse con un movimento che senti dentro, e non sai nemmeno tu cosa sia, come il respiro che sale, come una vibrazione che cresce.... si, certo, ma chi lo alimenta, cosa? E' il cuore che comanda "la gola", e solo quando questo avviene, "vale".
Cantare non e' emettere dei suoni dalla bocca, intonati o stonati, oh, no, cantare non e' mica quello! Cantare e' quando non ne puoi fare a meno, quando ricacci indietro la voce, come se tu potessi farlo, e lei torna prepotente, magari come un lieve soffio, come un pianto, come un sorriso, come un grido, come lo scoprirsi di ciò che di solito sta nascosto, come un velo che scivola via lento, lungo, continuo....
Come qualcosa che ti prende dentro, alla bocca dello stomaco, ma anche alle mani, alle braccia, ai piedi, e capita che tu ti muova per spiegare a te stesso, prima di tutto, il senso di quello che canti, oppure che tu stia fermo, immobile, ad ascoltarti cantare, come una medicina preziosa, dolce, densa. Immobile, per non spezzare l'incanto, la meraviglia. Immobile, perche' magari e' possibile che il tuo canto ricada su di te come pioggia, e non ne vuoi perdere nemmeno una goccia, ed essere rigenerato, ricreato, ricostruito, rinfrancato.

Alcune sere fa, poi, al coro dove da poco vado a cantare, il maestro ha pensato bene di mescolare le voci, e io mi sono trovato a cantare, io tenore, con un contralto a sinistra ed un soprano a destra. Non e' stato come sempre. Non e' stato "fare la propria parte" ma un godere infinito dell'insieme delle nostre voci, sentirle goccia a goccia, proprio, meravigliarsi di quest'armonia, di questo svolgersi intorno a me e con me di qualcosa che sapevo esistere, ma non conoscevo.E' stato come il veloce correre delle nuvole, come il muoversi dell'erba alta sotto la spinta del vento, come l'improvviso splendere del sole dopo un temporale, come tuoni e lampi.....Bello come sentire che si e' parte di qualcosa, sentire che il mio cuore, e il tuo, e il tuo, sono indirizzati nella stessa direzione, e raccontano visioni diverse dello stesso paesaggio.
Bello quasi da piangere.


venerdì 8 agosto 2008

Back to home


Non mi ricordo se l'ho detto, da qualche parte in questo blog. Sono originario dell'alta Garfagnana (chi volesse sapere di più riguardo alle mie origini può guardare qui: http://it.geocities.com/fabiocorti/ ) ma le vicende della vita mi hanno portato presto lontano dai tetti natii. Ogni tanto, è vero sono tornato "a casa", ma da ragazzi le cose si percepiscono in maniera diversa, anche se i ricordi si ammassano, sedimentano, e prima o poi un alluvione, uno scavo o vattelappesca cosa, riportano a galla ciò che si pensava perduto. Oddio, non è il termine esatto. Cio' che non si pensava esistesse, forse è piu' giusto. E ripensi all'estate passata con la nonna e il nonno, nella vecchia casa di Sillicagnana, al buio della cucina, col fuoco nel camino sempre acceso, ripensi alla stanza al piano di sopra, quella che non usava nessuno, una specie di rimessa, dove pero' c'era un letto, chissa' per chi, e nei giorni di brutto tempo, dopo pranzo (ah, i temporali estivi!)stavo lì sul letto a riposare, o a guardare furi dalla finestra un panorama magnifico, e la pioggia, e le nuvole nere che si rincorrono, i lampi e i tuoni, ma anche nelle belle mattine di sole i campi di grano, di granturco, e la ferrovia lontana alcuni chilometri, dall'altra parte della valle, lontana, si, ma si sentiva sempre il rumore del treno, quando passava, a volte la "littorina" a volte il treno a vapore, che comunque ha continuato a far servizio fino al 1974. Si vedeva entrare e uscire dalle gallerie, passare sopra i ponti, uno di questi davvero molto alto, fermarsi alla stazione di Poggio, e poi Camporgiano, e via, fino a Piazza al Serchio.... Mi ricordo le strade - strade, chiamiamole così, solo un paio percorribili in macchina, e una di queste che portava fino all' "Aia dell' Aiutante", dove di solito si batteva il grano con una di quelle vecchie trebbiatrici mosse da una cinghia collegata ad un piccolo trattore. Festa. Polvere e festa. La chiesa, dal magnifico soffitto a cassettoni, e la luce filtrata dalle vetrate colorate, e attraverso i vetri s'indovinava il muoversi del ramo di un albero, e il suono dell'organo(allora lo suonava il Gino) allora ancora a mantici, mossi dalle mani pazienti del Rinaldo, calzolaio del paese, e i vespri cantati dagli uomini, nel coro, con quelle voci particolari, che sembrano parlare di tutti coloro che prima di questi hanno cantato in questa chiesa, e il profumo d'incenso, che non spariva mai del tutto, e il posto che occupava il mio nonno, nelle panche, e dove appoggiava il cappello quando si sedeva. E le strade tutte un saliscendi, e le ortiche che nessuno si da' la briga di togliere, e le corse pesanti dei ragazzi, e le voci delle mamme. Entri in una casa e guardi, nella penombra, la donna di casa che rammenda qualcosa, alla scarsa luce della finestra. Un vecchio, davanti al camino, attizza i ciocchi, e le faville si alzano veloci ed effimere, brillano e si spengono. La pipa in bocca occupa il tempo dell'attesa di niente. Poche parole, essenziali, danno il senso di essere vivi e presenti. Tanti anni dopo sono tornato alla fine di un bell'autunno. Il paese era ancora come lo ricordavo, un po' più in ordine, le strade sistemate, pulite, le case sempre le stesse, un po' meno movimento, sono rimaste poche persone, dalle 500 di quando son nato io. Ma qualcosa mi commuove, e non capisco cosa sia, e cammino e mi guardo in giro, c'e' qualcosa che non riesco a vedere, ma c'e'. Alla fine, ma solo alla fine, capisco. L'odore della legna bruciata nei camini riempie tutto il paese, e mi ricorda che sono tornato a casa.


giovedì 24 luglio 2008

Grigio, verde e rosso.


Ogni tanto – come molte persone, del resto – sento il bisogno di mettere…. Un punto? No, troppo, una virgola nello scorrere del tempo, una breve pausa, un’ora, mezza, basta poco, in effetti. Serve a togliere gli occhi dal tritacarne quotidiano, dalla fretta, dalle solite cose, dal rumore…. Prendo l’auto e vado a fare un giro. Breve, comunque.
Tra la città dove abito – Prato – e Pistoia ci sono circa 18 chilometri e tre percorsi possibili. Uno, quello che amo maggiormente, parte proprio da casa mia. E’ una strada che fiancheggia la collina, la corteggia da una parte, e dall’altra è praticamente pianura. A destra, partendo da casa mia, superato l’abitato di Montemurlo, si segue il fianco dei poggi accompagnati quasi sempre da un muro di pietre bianche che sale e scende continuamente, e mostra colture a ulivo, grandi case di campagna, ville e fattorie, scalette ripide che dalla strada salgono a giardini nascosti e leoni di terracotta con la pelliccia di muschio che fanno la guardia ai cancelli dall’alto dei portali più maestosi. Case abbandonate rimangono con gli occhi delle finestre aperte a fissare i passanti e mostrano scampoli d’interno, tra poster attaccati ai muri e pareti azzurre, e sembrano ricordare ai viandanti che un tempo son state tetto sicuro, rifugio, riparo, luogo di gioia e di pace. Che hanno visto giochi di ragazzi, e donne curare i fiori, aspettando la sera un ritorno. Spesso s’incontrano file di palme, di ulivi, di cipressini, e cespugli di bosso tagliati in fogge strane. Son i vivai di Pistoia che s’apron la strada verso Prato, e mostrano la pianura incombente, nell’ultima parte di quella che ormai si chiama “Chocolate valley” .
In questa strada mi piace ammirare il passare delle stagioni e il cambiare dei giorni, il crescere dell’erba a primavera e l’abbassarsi d’estate sotto il sole bruciante, il piegarsi dei rami contro il vento e la terra brulla e dura d’inverno.
Ma la meraviglia mi colpì un giorno, uno di questi giorni, era quasi al tramonto. Da sopra al muro che segue la strada un ciuffo d’erba si affaccia, si stacca. Proprio lì un bellissimo papavero solitario si mette in mostra, si sporge, chiama. La pietra del muro, appena grigia, sostiene tutto e fa da sfondo. Il grigio della pietra, il verde puro dell’erba, il rosso semplice e perfetto di un papavero, insieme come fosse una composizione still life. Sembrava mi aspettassero. Anzi, sono convinto, erano lì per me.
Li ho cercati ancora, ma non li ho ritrovati, meraviglia di un attimo, dono del tempo.

giovedì 17 luglio 2008

Messa a fuoco



Dal 1957 al 1966 la mia famiglia ha abitato a Viareggio. Una pacchia, per un ragazzo come me (ragazzo, meglio dire bambino, va', nel 57 avevo 4 anni e nel 66 ne avevo 13) . Il mare, la pineta, il porto. Proprio questo era uno dei miei posti preferiti. Mi piaceva andare a vedere le barche - sia i pescherecci che le barche da diporto, soprattutto quelle a vela.... Quando il tempo era un po' così così, e tirava vento, e il cielo era coperto e anche le acque del porticciolo erano appena mosse dalla mareggiata che andava a cozzare contro i moli foranei, ascoltavo lo sbattere delle manovre sugli alberi, e sognavo viaggi improbabili. Sul molo lo sguardo si perdeva nell'infinito verde e grigio del mare in burrasca e il gioco consisteva nel non lasciarsi prendere dagli schizzi delle onde. Ma vedevo sempre i grandi spazi e i miei occhi non si concentravano mai su qualcosa, ma andavano sempre irrequieti spaziando fino all'orizzonte, cercando magari di superare quella striscia insesistente eppure tanto chiara per me. E così sono cresciuto nella disattenzione, nel girare gli occhi continuamente alla ricerca di cose nuove, non essendo mai pago di quel che avevo dinanzi. Troppe, troppe cose da vedere, da sognare. Nel 1966 la mia famiglia si è trasferita a Prato. La città è stretta nelle sue mura e io da principio la percorro a piedi, poi in bicicletta. Imparo a conoscerla, ma ancora non a guardarla. Non amo ancora il castello dell'Imperatore, le piazze, le chiese. Mi piace lo strano intrico dei vicoli, così diverso da Viareggio con le sue strade diritte, che si sa come cominciano e come finiscono. E' autunno e non vedo il colore della pietra, non sento gli odori, i rumori. Ancora troppi stimoli, ancora una città troppo nuova, tutta da vedere, come trovarsi all'improvviso dietro quell'orizzonte che tante volte sul molo di Viareggio ho cercato di valicare. Ma poi, nella vita, talvolta si trova un maestro che ci prende per mano, e ci spiega come stanno le cose, che il tutto non esiste di per sè, ma è fatto di tante piccole cose, da particolari, da singole pietre, da tegole sui tetti, dalle macchie d'umido sui muri, da colori diversi, intonaci scrostati, cortecce d'alberi..... E' venuta la nebbia, che non avevo quasi mai visto, e mi ha spiegato che per vedere mi devo avvicinare, che le cose si scoprono passo passo, che non si puo' vedere tutto insieme, nello stesso istante. La nebbia che mi ha mostrato come l'aria ha un suo spessore, e come il vento ha un suo disegno, nel trasportare tra i vicoli gli sbuffi di vapore. Perche' anche la nebbia non è una massa compatta, ma sono mille fiocchi, che fasciano cornicioni e scale, che bagnano gradini e colonne, la nebbia, che anche sui miei capelli e sui miei abiti lascia il suo ricordo bagnato. Il campanile di San Bartolomeo mi mostra la sua base intonacata, gialla, e il marmo della parte piu' alta s impasta con la nebbia, e devo cercare con la mente, e immaginarmelo che sale nella nebbia sicuro, con i suoi archi e le sue campane. Oggi posso sapere che esistono solo dal suono, che mi arriva quasi ovattato, coperto. La nebbia non distingue le cose, ma si prende cura di tutto. Le logge delle Case Nuove in Piazza mercatale paiono non aver fine, ma il primo arco si staglia sicuro nel cielo bianco. Dietro di lui una massa scura. Devo avvicinarmi, per vedere gli alberi nei giardini della piazza, mentre della Porta al Mercatale vedo solo i vecchi portali, scuri contro l'alberese delle mura, che sembrano impastate anch'esse di nebbia. Ricordati, non si puo' vedere e capire tutto insieme, ma solo avvicinandosi e guardando una cosa alla volta, toccando, ascoltando. Prendendo il tempo per godere di ogni particolare, albero, pietra. Capisci che anche tu sei parte del paesaggio quando incontri altre persone, che ti vengono incontro, e le vedi sbucare dal nulla, masse scure che piano si materializzano. E, se guardi dietro, mentre ti superano incrociandoti, spariscono di nuovo. Il tempo si stringe, nella nebbia, ai pochi passi intorno a te. Cinque, dieci, venti, non importa. Non si cammina che un passo alla volta. Per fortuna.


martedì 24 giugno 2008

... e portalo anche a Lucca


Bene, ho perso il conto di quante volte sono che provo a scrivere qualcosa sulla trasferta del JoyfulVoices Gospel Choir, "il coro dove vado a far confondere", al Festival Gospel a Lucca (http://www.joyfulangels.it/programma.htm ).
La cosa che più mi ha preso, nei giorni di attesa prima del 14 giugno, è stato il mio personale senso di inadeguatezza, per cui ho scocciato varie persone - Lilla, il Presidente - con queste mie "angosce" . davvero, Nobody knows the trouble I've seen....(non vengo a Lucca; vengo ma non canto...) e poi ho ascoltato lo stesso brano per decine, decine di volte (son duro, lo so) e poi .... dopo aver passato l'ora precedente alla partenza (sembrava una congiura: brutto tempo, piove, non piove, vento, temporale) nella piazzetta davanti alla chiesa di Sant' Ippolito a studiare lo spartito di... non voglio nemmeno dire cosa.... beh, insomma.... alla fine siamo partiti.
E dunque, cos'e' stato per me questo Lucca Gospel Festival?
Strade cercate, palazzi trovati, scale salite, sorrisi e strette di mano dati e ricevuti, scale discese (abbiamo pensato che qualcuno ci facesse fare tante scale per farci perdere il fiato e fare brutta figura) acqua presa, tutti i Joyful, sole preso, musica che rimbomba, Leonardo, sound check imprevisti, messa gospel, cantare, cantare, concorso, torna indietro al parcheggio dove hai lasciato il portafogli in bella vista, pizza, amici,
Alessio, cerca San Frediano, amici, amici, stradine di chissa' dove sono, spogliatoi improbabili, porte che sbattono, auspici un po' troppo forti, lacrime e commozione, gioia, allegria, tranquillità improbabile, amici, ancora amici, wc chimici, wc occupati, senti questi come son bravi, birra, Lilla, bottigliette d'acqua, tuniche, sudore (non so perche' mi sia venuto spontaneo questo accostamento) disguidi (qualcosa deve succedere, no?) vino locale, ostelli della gioventu', direttori di cori, musica estemporanea in attesa,Vijai e company, un Oh, happy day incredibile, Tutti i Joyful, un po' di tristezza.... e poi ti ritrovi in macchina da solo, e forse è una fortuna, e stai tornando a casa nella notte, dopo il concerto di Cheryl Porter. 50 chilometri, e il tempo per ripensare a tante cose, a tirare due somme, anzi, una sola: Sei felice? Sì, sono felice.
Non so se riesco ad enumerare le cose poer le quali sono felice. Forse per tutte quelle che ho scritto sopra, un lungo elenco, e anche perchè il coro col quale ho l'onore di cantare ha fatto una buona figura, direi davvero buona, per quanto stare da questa parte del coro non aiuta molto a capire. Vorrei aggiungere anche che (e questo non dipende solo dai Joyful di Prato) che ho trovato un clima molto bello, di amicizia, di condivisione. Mi è parso non di competizione, sinceramente, anche se certamente ogni corista, ogni coro, ogni direttore, hanno dato il meglio di se' stessi.
Dunque, cosa rimane da fare? Chiarito il fatto che mi rendo conto di non aver esaurito il tema, di dovermi rifugiare in un inventario che è freddo, solo perche' su ciascuna voce ci sarebbe da scrivere e scrivere, e io non ne sono minimamente capace, e vorrei che nessuno prendesse questo fatto come una ingiustizia nei suoi particolari confronti, vorrei che ciascuno accettasse il mio sincero GRAZIE per tutto cio' che e' stato. Tutti. Leonardo, Alessio, ogni corista, e poi quelli che hanno permesso questa esperienza, e coloro che abbiamo incontrato, quelli coi quali abbiamo cantato notte e giorno, quelli coi quali abbiamo battuto le mani a tempo, quelli coi quali abbiamo applaudito, pregato, ascoltato.
Grazie a tutti voi che avete portato il vostro cuore a Lucca.
Grazie, che mi avete portato con voi.